Non!
Tutti a cercare eroi ma gli eroi non serve cercarli.
In realtà non considerata Costa Blanca, ma l’area costiera tra Valencia e Castellon de la Plana mi piace, mi affascina, ha qualcosa di particolare e non facilmente descrivibile.
Sarà il meteo, mite in inverno e sempre caldo nel resto dell’anno.
Sarà la gente, simpatica, aperta, calorosa.
Saranno le strade, i quartieri e i palazzi di Valencia e Castellon. Questi ultimi storici, o “sgarrupati”, o figli di nessun piano regolatore.
Oppure saranno i tanti bar dove bere una cana e qualche bocadillo non è uno stress per il portafoglio e nemmeno per i gestori (che non hanno l’assillo del “tutto bene, volete altro?”).
Non è il luogo perfetto, ma si vive bene, via la Costa Blanca!
Si rimane colpiti, inebetiti, in cerca di una spiegazione. Spesso si reagisce così quando viene a mancare una persona cara, abbiamo reagito tutti così alla notizia della scomparsa di Marco Simoncelli. Non c’è spiegazione, non c’è razionalità nella morte, pur contrapponendosi ad essa, in qualche modo fa parte della vita.
A volte la morte di qualcuno ci colpisce in maniera diversa. C’è chi gioisce per la morte di Bin Laden o Gheddafi, c’è chi celebra i soldati caduti in azione, c’è chi piange il proprio caro. Ma in fondo tutte queste morti cosa hanno di diverso?
Nulla, a fare la differenza sono la relazione che loro hanno con noi. E’ il legame (interrotto) con la persona venuta a mancare che produce in noi i sentimenti di lutto, tristezza, gioia…
Con la morte di Marco Simoncelli si rompe per molte persone quello che questo ragazzo/uomo/modello rappresenta: la gioventù, l’aspirazione, il sogno mai realizzato (di Noi) riflesso in lui, oppure la combattività e lo spirito sportivo, semplicemente un sorriso…
Una cosa è certa, da vive alcune persone possono diventare eroi, da morte diventano dei Miti.
Remembering Frisco
Quando un giorno il berlusconismo finirà chiedo a tutti i seguaci, le battone, i dementi, gli schiavi e tutta la marmaglia che lo circonda, non nascondetevi, non cambiate bandiera, perché prima o poi - come successe con i vari partiti post fascisti - voi cercherete di tornare. E allora noi vi dovremo prendere a calci in culo.
Si faccia una vita interiore - di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di “arrivare”, ma di “essere” - e vedrà che la vita avrà un significato.
Cesare Pavese
Le persone hanno bisogno di credere. Credere ad un Dio, all’amore eterno, ad una fede politica. C’è chi invece, soprattutto se ha 15 anni e non fa altro che pensare a quello che succederà nel pomeriggio dopo la scuola, si accontenta di un gesto, un’azione che andando fuori dagli schemi trasforma chi la compie in un mito.
Il mio primo ricordo di Laguna Seca risale al 1996. Ai tempi avevo sempre in tasca il mio libretto degli assetti, 18 pagine sacre (paragonabili al libretto per gli appunti di Henry Jones, padre di Indiana Jones) in cui erano trascritti con cura i setting dei diciotto circuiti del Campionato del Mondo di Formula 1. Si dà il caso, infatti, che il sottoscritto partecipasse a ore e ore di sfide a Formula 1 Grand Prix (vincendo 5 titoli mondiali e rimanendo imbattuto).
E’ proprio in questo periodo che un pilota italiano cominciava a farsi largo nel campionato KART americano (l’equivalente della Formula 1 negli Stati Uniti), un pilota che con un’azione rimasta indelebile nei ricordi di molti, fece entrare sé stesso nel Mito trascinando con lui una curva, the Corkscrew, e una pista, Laguna Seca. Il pilota si chiama Alez Zanardi.
A distanza di anni, 15, ho la fortuna di andare proprio lì, a Laguna Seca, per una trasferta di lavoro. Toccare quella curva che sino ad oggi ho visto solo in TV, di cui mi sono fatto raccontare le fattezze da vari addetti ai lavori e di cui ho ammirato foto - pazzesche come quella del sorpasso di Rossi su Stoner nel 2008 - scattata da un’altro mito come Gigi Soldano), diventa per me la realizzazione di un sogno.
Mancano meno di due settimane alla mia partenza per la California, in mezzo ho un trasloco e un matrimonio (il primo mio, il secondo no). Prima di atterrare a San Francisco toccherò il suolo americano atterrando a New York, dove passerò alcune ore prima di prendere l’aereo diretto alla West Coast. Ancora miti, evidentemente, miti da viaggio on the road (sognato, letto, progettato e posticipato per un giorno che verrà…).
Perché è ovvio, l’America è un Mito rappresentato da tante sfaccettature che vorrò saggiare nei pochi giorni di permanenza oltre oceano. La Grande Mela, appena sfiorata, Frisco e i suoi saliscendi, la Lucas Film di Star Wars e l’American Zoetrope di Coppola, il Golden Gate e Lei, la strada.
« Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare »
La strada che divide San Francisco da Monterey è di 112 miglia da percorrere in 2 ore; giusto il tempo e lo spazio per scoprire il paesaggio, i posti, le persone e respirare un po’ di oceano (a proposito, chissà se ha lo stesso odore dell’altra parte, giapponese). A Monterey, la mia base durante i giorni di gara a Laguna Seca, sarò in uno di quei motel che ancora una volta rientrano nel nostro immaginario dell’America:
Ad accompagnarmi ci sarà un po’ di musica: Elvis Presley, Johnny Cash, Eddie Vedder, Neil Young… . Altri miti insomma.
Dei liceali si siedono ad una panchina, ascoltare i loro discorsi e sentirli lamentarsi del lunedì e della scuola che ricomincia. “Ma pasqua è vicina” dice uno di loro, ancora 8 giorni e sono le vacanze. Viva la vida!
Da 70 anni ci propinano il mito del progresso, del prodotto interno lordo, della crescita come chiave per il nostro benessere. Per sostenere i presunti bisogni della popolazione della Terra ci dicono che bisogna comprare, sviluppare, produrre.
Una corsa senza fine verso cosa, verso dove? Abbiamo bisogno di sempre più spazio, sempre più oggetti, sempre più mezzi per sostenere tutto quello che possediamo e vogliamo:
When you want more than you have, you think you need…
and when you think more than you want, your thoughts begin to bleed.
I think I need to find a bigger place…
cause when you have more than you think, you need more space.
Lo stesso avviene con il nucleare. Ci dicono che per essere autosufficienti, in grado di assorbire le richieste della popolazione per i prossimi anni, per aumentare la nostra qualità di vita avremo bisogno di centrali nucleari.
Vero, le fonti rinnovabili non saranno mai sufficienti a soddisfare la sfrenata corsa allo sviluppo a tutti i costi. Eh sì, perché lo sviluppo intrapreso dall’uomo non è sostenibile dalla Terra, non lo è già, non è qualcosa che avverrà in un futuro indeterminato.
Inoltre il nucleare non è pulito, non è sicuro; non solo per le scorie, non solo per gli errori umani, non solo per i test che trovano di tutto vicino alle centrali. Il motivo principale è la natura: l’Uomo ha l’illusione o la presunzione di poterla controllare, ancora oggi. Nemmeno i giapponesi lo hanno potuto fare, nel 2011 esplodono i reattori in casa loro. Dopo che gli americani gli sganciarono le bombe, non contenti se le sono costruite in casa e la cosa gli si è ritorta contro.
Basta con il progresso, avanti con la decrescita.