Ciao sono Matteo, sapete cosa fare

Oct 7th, 2010 @ 9:33 pm

Evangelion, Orange Road, Slam Dunk e gli altri…

Aspettando il post

Ho scritto e riscritto mentalmente questo post una decina di volte nella mia testa, in metropolitana a Tokyo, in auto verso Motegi, in aereo e in sala d’attesa a Shanghai… Tanti approcci, tanti attacchi, tante allegorie: tanti percorsi, insomma, che se scelti escludono automaticamente gli altri, decidendo di insistere di più sul lato ironico dell’esperienza o su quello serio, riflessivo, descrittivo, eccetera. Non è detto però che i percorsi scartati non vengano ripescati, andando a confluire nella creazione del post con importanti contributi alla sua nascita.

Da qualche parte sorvolando l’Asia

L’avventura inizia sopra Ulan Bator, capitale della Mongolia. Mi trovo a qualche migliaio di piedi sopra il livello del mare e ho finito di vedere 4 episodi di Friday Night Lights sul volo Air China verso Shanghai quando prendo in mano la mia Moleskine e comincio a scrivere: “26 settembre 2010 (?), da qualche parte sorvolando l’Asia suppongo…”.

Air China CA1884 Shanghai - Beijing

Assonnato ma senza riuscire a dormire, con la voglia di sgranchrimi le gambe ma non aiutato dalla superficie calpestabile del nostro Boeing, comincio a guardarmi intorno osservando la fauna locale presente sull’aereo. Il mio compagno, seduto alla sinistra vicino al finestrino, è un giovane cinese alla sua terza birra che tra un sorso e l’altro gioca ad uno spara tutto in stile Medal of Honour. Di tanto in tanto si ferma per parlare ai suoi compagni di viaggio, con i quali discute di argomenti a me incomprensibili (ma certamente di poco spessore). Al passaggio delle hostess dice loro qualche battuta idiota; dico questo perché le giovani donne rispondono con superficialità e dando poco corda al tizio.

Mancano ancora 5 ore all’arrivo a Pudong, l’aeroporto di Shanghai, e sono conscio di dovermi sorbire la presenza del soggetto. Tanto vale continuare l’analisi antropologica. L’opportunità si concretizza al passaggio della cena (almeno credo), quando il tipo comincia a nutrirsi in maniera disgustosa, ingerendo birra e sputando parti del cibo masticato direttamente nella vaschetta in alluminio fornita dalle hostess. Capisco ora il significato dell’espressione “sputare nel piatto dove si mangia”. Finita la cena il tipo ci tiene a far sentire che la sua digestione è in atto; un mio “ma vaffanculo” segue con naturale prontezza.

Rimesse le Wesc alle orecchie e ascoltando il nuovo singolo dei Ministri “Il Sole”, prendo in mano la guida di Tokyo “giusto perché ci sto andando e all’alba delle 5 del mattino, quando il sole sta per sorgere su Shanghai, magari vale la pena istruirsi un po’”. Conclusa la parentesi con i bignami turistici, mi faccio un giro per l’aereo, giusto il tempo di incontrare alcuni esponenti della piccola industria italiana (distretti industriali del nord-est e qualche altro proveniente dal sud), che cercano business all’Expo di Shanghai o qualche area industriale cinese dove delocalizzare la propria “fabbrichetta” e sfruttare così la popolazione locale a basso costo. I personaggi sono totalmente censurabili e se sommati al resto della ciurma (dalle hostess che non parlano inglese ai vari cinesi che se ne tornano a casa), l’atmosfera è veramente squallida. Si salva solo la ragazza bionda che legge un libro e che si fermerà a Shanghai, auguri.

Check-in a Pudong

Il mayor di Pudong su Foursquare ora è a fare lavori forzati nella steppa tra Pechino e qualche altra città cinese. A me non interessa, uso Dopplr. Magari interessa ai funzionari dell’immigrazione cinese che fanno domande del tipo “perché sei in Cina?” (risposta, “di passaggio, non preoccuparti non vi lascio manco 1 euro), “dove dormi stasera?” (risposta, “come scritto sul biglietto, ho la coincidenza tra 3 ore, trovo un divanetto e schiaccio un pisolino qui se non è un problema”.)

Kill Bill girls @ Shanghai Airport

Il resto dell’aeroporto, unica porzione di Cina che ho avuto l’onore di vedere è piuttosto pulito, con numerosi inservienti che raccolgono qualche cartina per terra e che biascicano qualcosa, forse parlando da soli o rivolgendosi ai passeggeri in transito.

London, Paris maybe Tokyo
There’s something going on anywhere I go

Citando Hilary Duff nella sua hit “Wake up” salto l’intermezzo tra la Cina e l’arrivo a Tokyo, con brivido alla dogana giapponese (“che ci fai qui?”, “Turismo”).

La città si presenta meno frenetica, meno problematica e incomprensibile di quanto mi avevano detto e di conseguenza pensassi. Si fa sempre più strada in me la convinzione, seppellita in passato ma ben presto riaffiorata, che le guide turistiche vadano bruciate con del napalm. Tokyo è infatti una città piena di persone che corrono di quà e di là, ma piuttosto facile da scoprire: le metro e le JR sono sempre indicate in inglese, tutti cercano di aiutarti anche se parlano pochissimo inglese e non esistono rischi legati alla delinquenza.

La prima notte la passo nel quartiere di Roppongi, sperando di incontare ad un bar dalla Mori Tower una Scarlett Johannson. In fondo spero di perdermi, farmi rapire dalla città, cosa che non succede… Rimango comunque una mezz’ora a guardare le formiche passare giù in basso, mentre piove, capendo perché i grattacieli della città possano trasformarsi in robot e le vie diventare teatri di combattimenti stellari. Guardando la città di notte mi immagino tutto questo:

Nei giorni a Tokyo capisco come la mia conoscenza del Giappone sia profondamente influenzata dai manga e dagli anime che ho letto e visto. Sono affascinato dai cavi che scorrono sopra le teste, lungo tutte le strade, quando ci cammino di giorno e di notte come Hanamici Sakuragi. Penso ad Akira e Gran Turismo quando vedo le grandi sopraelevate scorrere tra i grattacieli.  I quartieri più tradizionali, quelli con le case basse e le vie senza nome, mi fanno sorridere e pensare a Kiss Me Licia. A quest’ultimo anime penso quando scopro le piccole locande con 6 persone dentro. Poi penso a Orange Road, in italiano “E’ quasi magia Johnny”, quando scopro che ad Asakusa c’è una via che si chiama “Orange street”. Cerco invano Tinetta.

Butterfly

Faccio un tuffo nelle sale di Pachinko e videogame di Shinjuku e Akihabara. Sorrido anche qui ma in fondo è tutto strano, tutti a Tokyo corrono, vanno al lavoro e tornano a casa a orari indefiniti. Dalle metropolitane sopralevate si vedono anche a tarda notte impiegati in ufficio, mentre più in basso non ci sono piazze dove riunirsi ma solo strade dove camminare o, al massimo, incroci giganti dove darsi appuntamento. Sembra che gli incontri avvengano nei club, nei karaoke e che la vita privata sia per l’appunto nelle case.

Le abitazioni devono essere forzatamente i luoghi dove si mantiene la tradizione. Questa è la mia sensazione, confortata anche dai dialoghi avuti con Simone. La città è la forzatura della modernità, elevata all’eccesso. Tutto è funzionale, Metropolis dove le persone sono sole, accomunate dallo stesso percorso dove difficilmente si incontrano.

L’area di Tokyo convive in questo dualismo tra estrema modernità e tradizione, che si ritrova nelle locande con una cucina da favola (veramente stellare, la cosa più bella trovata in Giappone) e nella vita privata (che non ho visto ma che mi è stata raccontata).

I giapponesi

Il bello del Giappone sono certamente i Giapponesi. Sono delle sagome, come dice qualcuno è difficile capire dove i manga hanno influenzato i giapponesi e dove la realtà ha influenzato la principale forma di cultura popolare nipponica. Tra i personaggi incontrati, realmente entrati nella storia della mia permanenza lì, ci sono i vari inservienti degli hotel, le persone all’autodromo di Motegi e le persone che ho osservato in metro, ai ristoranti e per le strade di Tokyo e Mito. Ecco la classifica dei migliori:

1. Mr Modem. L’idolo assoluto è il ragazzo che ci ha accolto al Mito Plaza Hotel all’arrivo in città che ci ha offerto un cavo del telefono per farci connettere ad Internet, perché “i 32 modem erano tutti esauriti”. Per rifarsi e farci contenti ci ha fatto trovare il modem in stanza l’ultima sera e si è sempre prodigato per noi in tutti i modi, mantenendo sempre la sua goffaggine che lo ha reso simpatico per tutta la permanenza. Parlava pochissimo inglese ma sorrideva sempre e diceva “sorry, sorry” ogni volta che gli chiedevamo qualcosa.

2. L’idolo del Mito Plaza Hotel. Il compare di Mr Modem è l’altro genio entrato negli annali per le perle regalate. La prima è quella offerta direttamente a me: alla mia richiesta di chiamare un numero di telefono di Tokyo, il tipo digita il numero che però risulta essere errato. Gli faccio notare che il numero contiene un prefisso internazionale e che forse per questo motivo non funziona. Il tipo prende allora un foglio illustrativo che dovrebbe spiegare il funzionamento dei prefissi internazionali - nazionali - locali. Dopo un’analisi di circa 10 minuti e una consulta col collega, non riesce a giungere a nessuna conclusione fino a quando non gli faccio notare che il prefisso da fare è solo quello locale, di Tokyo, città principale del Giappone della quale dovrebbe conoscere il prefisso. Il tipo allora dice “ah, questo prefisso Tokyo?! Sì, sì, vero!”.

La seconda perla offerta dal nostro amico è regalata ad un giornalista inglese. L’anglosassone arriva nella hall di fretta la mattina di domenica e chiede al tipo “mi servirebbe la chiave della stanza 516, ho dimenticato una cosa e devo risalire subito”.

Il tipo, deciso e freddo e con la mano sulla cornetta, dice “quale stanza!?”.

L’inglese “516”.

L’idolo “ok”. Cic, cic, ciak. Digita il numero e aspetta una risposta. L’inglese rimane allibito ma non osa intervenire. Io scruto con interesse lo sviluppo della situazione. Passa un minuto e il nostro amico aspetta una risposta all’altro capo del telefono, peccato che la persona che dovrebbe rispondere è davanti a lui e vorrebbe una chiave per andare in stanza. Capolavoro.

3. Il terzo è probabilmente il più fenomenale. Al ritorno dall’autodromo, venerdì sera io e Simone ci siamo persi nei dintorni di Mito. Presso un distributore della Shell ci siamo fermati per chiedere indicazioni, tra le 3 o 4 persone che si fermano per dare dritte (perlopiù inutili ma ogni occasione è buona per dare consigli non validi) c’è anche un ragazzo che ha appena fatto benzina alla sua scatoletta con dei led blu che illuminano la strada. Beh, il tipo si è offerto di portarci direttamente all’hotel: il viaggio è stato veramente uno spasso perché durante la mezz’oretta il tipo mostrava i suoi led e doveva veramente sentirsi gasato. Per ora non ho immagini ma ben presto le avrò!

4. La chiamata a L.J. Presso il Twin Ring Hotel di Motegi le persone della conciergerie mi hanno passato il boss dell’azienda per cui corre il pilota più forte del motomondiale, tutto questo per chiedere un paio di chiavi di una macchina. Quando capisco che si tratta di lui gli dico “guardi mi scusi, sono dei bruciati, non avrebbero dovuto passarmi lei…”.

5. I più simpatici all’autodromo erano senz’altro gli inservienti addetti alla sicurezza e alla viabilità. Oltre ad essere molto accondiscendenti (bastava mostrare il pass P1 per farci andare ovunque, anche nella direzione sbagliata senza osare contraddirci), i ragazzi erano capaci di immolarsi per ogni tipo di causa. Uno di loro si è posto davanti a noi facendo segno di una X con le braccia per dirci che non c’era più posto nel parcheggio, se avessimo cercato di continuare probabilmente si sarebbe sacrificato cercando di bloccare la strada…

In generale poi sono assolutamente adorabili tutti i camerieri e le cameriere dei ristoranti giapponesi, che mantengono sempre un tono e una cortesia unica. Veramente gradevole, da provare a più riprese e che dà veramente il senso di una serata a cena fuori.

Tutte le mie foto dal Giappone sono su Flickr. Ecco la galleria:

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